ANDY STOTT

Manchester conta, eccome!
L’Inghilterra suburbana.
Andy non è un producer qualunque.
Mai cristallizzata in un solo genere, la sua musica oscilla fra la Techno più profonda e la ritmica spezzata del Garage, fra House rallentata e iperattivo Footwork, mantenendo sempre inalterati i tratti stilistici personali: profonda, complessa e magicamente splendida.
Ogni suo singolo è oro colato. Ogni sua performance è un’esperienza aliena, un susseguirsi di sviluppi technoidi a dir poco androidi e poderose deflagrazioni.
Con LUXURY PROBLEMS, che con ogni probabilità verrà annoverato tra i dischi più importanti dell’elettronica moderna, continua la strada intrapresa con i due precedenti EP dando prova di un’inevitabile e seducente vena wave, impersonificata dalla voce di Alison Skidmore, qui nella veste di angelo tentatore.
Basta ascoltare i primi due minuti della catatonica “Numb”, prima che entrino sotto pelle batterie e tastiere che leggermente sollevano la visuale che si alzano dai docks nebbiosi e dalle fabbriche mancuniane, con la techno che si fa quasi industrial, sovrapposizioni dei loop vocali, fino all’ingresso estasiante dei beat e del groviglio di bassi che crea un tappeto sinistro.
La verità è che la tradizione viene riplasmata da Stott con un mash-up di grandissima originalità, passando dalla techno e tinta di ambient a paesaggi e scorci da post punk sperimentale: attacchi noise con bleeps che feriscono come un mantra che ti sgocciola dentro. Poi un lungo sample in loop, con un riverbero che diventa viluppo, mentre l’equalizzazione sempre molto rough e improvvisi inabissamenti sotto-urbani completano l’opera (ecco Burial).
Luxury Problems, masterizzato nei leggendari Air Studios londinesi (e quindi con dei compressori sui bassi capaci di bucarvi il pavimento) da un Matt Colton già al lavoro con James Blake, finisce dritto ai primi posti delle classifiche e nella storia dell’elettronica di qualità.
‘Luxury Problems’ ha suscitato grande clamore, con numerosissimi articoli e pubblicazioni tra loro eterogenee come Pitchfork, Fact Magazine,Vogue e New York Times.
Andy Stott è quindi stato chiamato ad esibirsi sui palcoscenici di SXSW, Unsound, Mutek, Pitchfork, gli eventi Moma, i migliori club e festival mondiali e via discorrendo.
Il percorso multiforme e privo di punti fermi di Andy Stott non si arresta: nei suoi ultimi set è emersa una nuova devastante attitudine jungle, già presagibile osservando il suo percorso artistico e indagando tra le ombra di Luxury Problems.
È lecito quindi aspettarsi di tutto, con l’unica sicurezza che sarà sempre meraviglioso.
Giù il cappello.
Uno dei produttori più interessante degli ultimi decenni.